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“…e se questo vuol
dire rubare / questo filo di pane / tra miseria e fortuna…”
“..ci hanno
insegnato la meraviglia / perché c’è gente che ruba il pane /
oggi sappiamo che
è un delitto / il non rubare quando si ha fame …”
Fabrizio de Andrè
Devolution, riforma costituzionale, rottura e
spregio della democrazia, nella sua sostanza e non solo nelle sue
forme.
Ora si levano alti i lai.
Ora se n’è accorto anche chi tra di noi (ma
veramente erano “tra di noi” costoro?) stizzosamente intimava di
misurare le parole a chi sommessamente tentava di avvisare che ci si
stava avviando irrimediabilmente verso il regime.
Devolution, rottura dell’equilibrio dei poteri:
cosa c’entra tutto questo con la poesia?
In realtà è la poesia che “c’entra” con tutto
quel che riguarda la vita materiale delle persone, così come
“c’entra” con le “cose dello spirito”, e forse anche di più.
E allora ancora una volta cerchiamo aiuto nella
poesia, aiuto, non consolazione e conforto.
La poesia
che oggi ci serve è quella che ci richiama alla dura necessità di
pensare, di capire e di imparare a combattere.
I poeti cui chiediamo aiuto oggi sono quelli
che, maestri riconosciuti o poeti loro malgrado, sanno parlare al
nostro cuore e alla nostra ragione.
Non è più tempo di appendere le arpe alle
fronde dei salici perché oscillino lievi al triste vento.
La red/azione
POESIA CONCRETA
E in Italia? Nessuna ha battuto ciglio quando
è passata alla Camera una riforma costituzionale che dà tutti i
poteri al premier, lascia al capo dello stato un ruolo ornamentale,
fa del Parlamento un luogo di consultazione non vincolante,
scioglibile del resto a volontà del premier. Che siamo sulla via di
diventare una repubblica di tipo ucraino non si è accorto nessuno
finché tale riforma non è passata anche al Senato, a frittata fatta.
Certo neanche l’opposizione non se ne deve essere indignata al punto
da legarsi ai banchi e darsi fuoco per allertarci che si stava
ammazzando la Repubblica. Forse qualcuno dei suoi leader pensa che
un esecutivo onnipotente può sempre far comodo. In alternanza.
(Rossana Rossanda, dall’editoriale de “il manifesto” del 27 marzo
2005)
POESIA CIVILE
…….
Non sono uomo di parte, né di partito e
spero neppure di partito preso. Sono qui, suppongo, aldilà dei miei
meriti, ma almeno a significare un lato della nostra realtà troppo
spesso trascurato e maltrattato, quando dovrebbe essere privilegiato
e sostenuto in tutte le sue manifestazioni di splendore e bisogno.
E’ il settore, ma dispiace chiamarlo così, della cultura e
dell’arte, della loro storia, dei loro monumenti e documenti, della
loro attualità.
Non sono un uomo di parte, dicevo, però sono
un uomo di pace e tutto quanto si fa per promuoverne e assecondarne
il processo e la durata lo considero sacrosanto, inclusa qualche
inopportunità, qualche errore controproducente, perdonabile con la
buona fede.
Non devo dire molto di più su me stesso se
non confermarmi nell’atavico sentimento comune a tutti gli uomini
della mia generazione e delle antecedenti alla mia che l’Italia è un
grande paese “in fieri”, come le sue cattedrali. Lo è secolarmente,
non discende da una potestà di fatto come altre nazioni europee,
viene da lontani movimenti sussultori fino alla vulcanicità
dell’Otto e del Novecento. La nazione si unisce a ascende a se
stessa, la sanzione di quella ascesa è lo stato, per il quale penso
si debbano avere, data la nostra storia, speciali riguardi.
“Revolution” e “amelioration” possono equamente curarlo, ma tradirlo
e spregiarlo non dovrebbe essere consentito a nessuno.
Con questi pensieri mi associo a questo
illustre consesso.
(Mario Luzi, dal discorso di
insediamento al Senato dopo la sua nomina a Senatore a vita)
MUORE IGNOMINIOSAMENTE LA REPUBBLICA
O, anche meno dicibile, un’oscura riluttanza
come quando allo snodo difficoltoso delle
epoche
si avverte che passato e avvenire
si cercano, sì, ma alla cieca quasi sotto
testuggini
e falliscono il tempo di un immancabile
appuntamento.
Non c’è rito struggente del ricambio, non
c’è scontro.
Solo l’angoscia del disguido.
E in quel disappunto della storia,
paura, sono certo, paura dissimulata
appena,
un fuoco di volontà frustrata
nella dura paralisi si sfrena a freddo,
deflagra,
come può, in qualche fulgore demenziale.
(Mario Luzi, da: Al fuoco della controversia, 1978)
CERCHIAMO A VOLTE
Cerchiamo a volte
di esserlo
fedeli alla consegna,
pari all’ammonimento, svegli
cioè, attenti ai molti inganni,
molto vigilanti.
I segnali sono lucenti e oscuri,
sono nitide a leggersi
ma indecifrabili le carte.
S’avvede e non s’avvede
l’epoca
di quel venire in luce
della sua occulta parte?
S’interroga qualcuno
più acuto o più solerte:
e intanto
siamo continuamente altri
continuamente trasmutiamo noi,
i testimoni, noi gli attanti.
(Mario Luzi)
“Ancora combattimento?”
mi scrutavano in viso
sui passi di frontiera.
“Ancora combattimento, ancora
combattimento.”
(Mario Luzi, da: Su fondamenti invisibili,
1971)
(a commento di questa quartina, ultima di
una lunga poesia, Mario Luzi scrive: Forse è immutabile l’ordine
delle cose: ebbene, ci sia chi sente il suo dovere di opporsi…ancora
combattimento.)
A mo’ di congedo
…….
Viva la libertà
Quella scritta storta sui muri
Delle case e delle prigioni
Delle fabbriche e dei tuguri
Parlan tutti un gran bene di lei
E ci fan sopra tanti discorsi
Anche se molto spesso è una scusa
Per goderne alla faccia degli altri
Molta gente non sa com’è duro
Conservarla e tenerla vicina
Non soltanto sui libri di scuola
Ma anche fuori, in casa e in officina
Viva la libertà
C’è qualcuno che ha già pronto un piccone
E il suo simbolo abbatterà
Anche i muri della prigione
…..
(i Gufi)
Ad usum delphini – noterelle sugli autori
Rossana Rossanda:
co-fondatrice de “il manifesto – quotidiano comunista”, una delle
menti più belle, più lucide e, ahimè, meno ascoltate della sinistra
italiana
Mario Luzi: 20 ottobre 1914,
27 febbraio 2005, uno dei grandi poeti del Novecento. Nell’ottobre
2004 viene nominato da Ciampi senatore a vita. Tanto grande è la sua
poesia quanto forte è stato il suo impegno morale e civile.
I Gufi: cioè Nanni Svampa,
Lino Patruno, Gianni Magni e Roberto Brivio, quartetto di cabaret e
canzone colta, troppo presto scioltosi (nei tardi anni sessanta)
chi ha qualcosa da dire o da dirci ci
trova come sempre a
raseal@libero.it
vale, salud y suerte e soprattutto
resistere, resistere, resistere!!!
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