il pane rubato
foglio volante di poesia,
altro e oltre
numero sei
– edizione clandestina
“…e se
questo vuol dire rubare / questo filo di pane / tra miseria
e fortuna…”
“..ci
hanno insegnato la meraviglia / perché c’è gente che ruba il
pane /
oggi
sappiamo che è un delitto / il non rubare quando si ha fame
…”
Fabrizio de Andrè
“Io altrove non ci sono mai stato.” E’
una battuta di Totò, e sicuramente avrà scatenato risate.
A noi piace però pensare che la dicesse
con tristezza, con la consapevolezza di una occasione
irrimediabilmente persa, e che suscitasse malinconia, e
rimpianto.
Rimpianto per non essere andati in
quell’altrove che può essere oggi la sola meta
di un viaggio che valga la pena di fare. La globalizzazione
ci ha tolto anche la possibilità del grande viaggio,
obbligandoci di fatto a girare in tondo all’interno del
recinto del villaggio, un villaggio dove tutto vediamo e
soprattutto dove siamo visti, un villaggio dove tutto tende
a riprodursi uguale, come il gusto della coca cola o
l’hamburger di McDoanld. Un tempo il mondo era pieno di
storie fantastiche cui non rispondeva quasi mai una
geografia. Ora al contrario il mondo pare essersi riempito
di geografie assolutamente prive di storia, o meglio di
storie vissute da gente vera, che lasci un segno delle
proprie esistenze, e dia un senso al “luogo”.
E così vengono meno le mete.
Non è più tempo di “grand tour”
aristocratici, dove si vedeva solo ciò che ci si aspettava
di vedere e lo si raccontava poi dal chiuso della propria
stanzetta (attirandosi magari le ire di attenti “locali”
come è successo a Goethe con il Pitrè!).
I soli viaggi ad elevato contenuto di
rischio (ma non certamente di emozioni) sono quelli che la
disperazione fa intraprendere dai luoghi della fame e della
miseria. Ma sono fughe, non viaggi, migliaia di formiche
affamate partono verso l’ignoto ma non verso il mistero,
verso l’altro, verso “altrove.
Il mondo è tutto “scoperto”, nelle sue
pieghe più segrete.
E’ improbabile oggi trovare un galeone
incagliato in una pietraia come accadde al colonnello
Buendia. Macondo è sicuramente il nome di qualche bar.
Resistono giusto alcuni miti:
Samarcanda, Timbuctù, la Patagonia, il Nebraska. Ma solo
perché hanno avuto la ventura di divenire per tempo luoghi
della mente.
E forse il solo viaggio possibile è
oggi quello verso i luoghi della mente, i soli dove la
realtà non sia poi peggiore della rappresentazione che ne
viene fatta, i soli dove ancora sia possibile fare qualche
incontro che valga la pena del viaggio. Bisogna però essere
capaci di imboccare senza timori le strade che partono dal
nostro presente (che così diventa ieri)
dirigerci verso il sempre, come sembra si
possa fare con il Ponte di Carlo a Praga secondo Breton.
O forse bisogna inventarsi una meta
tanto semplice quanto irraggiungibile, come l’ultima fermata
del metrò di Città del Messico che, come ci ricorda Manu
Chao, si chiama per l’appunto Esperanza.
O Utopia. Ma poi in fondo che
differenza fa?
La Red/azione
FINESTRA SULL’UTOPIA
“Lei è all’orizzonte” dice Fernando
Birri “mi avvicino di due passi, lei si allontana di due
passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta dieci
passi più in là. Per quanto io cammini non la raggiungerò
mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a
camminare.”
(Eduardo Galeano)
Camminando
si apprende la vita
camminando
si conoscono le cose
camminando
si sanano le ferite del giorno prima
cammina
guardando una stella
ascoltando una voce
seguendo le orme di altri passi
cammina
cercando la vita
curando le ferite
lasciate dai dolori
niente può cancellare il ricordo
del cammino percorso.
(Rubén Blades)
ITACA
Se per Itaca volgi il tuo viaggio,
fa voti che ti sia lunga la via,
e colma di vicende e conoscenze.
Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi
o Posidone incollerito: mai
troverai tali mostri sulla via,
se resta il tuo pensiero alto, e
squisita
l’emozione che ti tocca il cuore
e il corpo. Né Lestrigoni o Ciclopi
né Positone asprigno incontrerai
se non li rechi dentro, nel tuo
cuore,
se non li drizza il cuore innanzi a
te.
Fa voti
che ti sia lunga la via.
E siano
tanti i mattini d’estate
che ti
vedano entrare (e con che gioia
allegra!) in porti sconosciuti prima.
Fa scalo
negli empori dei Fenici
per
acquistare bella mercanzia,
madrepore e coralli, ebani e ambre,
voluttuosi aromi di ogni sorta,
quanti
più puoi voluttuosi aromi.
Recati
in molte città dell’Egitto
a
imparare dai sapienti.
Itaca tieni sempre nella mente.
La tua sorte ti segna quell’approdo.
Ma non precipitare il tuo viaggio:
Meglio che duri molti anni, che
vecchio
tu finalmente attracchi
all’isoletta,
ricco di quanto guadagnasti in via,
senza aspettare che ti dia
ricchezze.
Itaca ti ha donato il bel viaggio.
Senza di lei non ti mettevi in via.
Nulla ha da darti di più.
E se la
trovi povera, Itaca non t’ha illuso.
Reduce
così saggio, così esperto,
avrai
capito che vuol dire un’Itaca.
(Costantino Kavafis)
A ogni svolta il sentiero ha le sue
seduzioni. E non perché questo sia un paese inesplorato. Lo
sappiamo bene che l’umanità tutta è passata di lì. E’
piuttosto l’incanto della universale esperienza, da cui ci
aspettiamo emozioni non ordinarie o personali, qualcosa che
sia solo nostro.
Si va avanti ritrovando i solchi
lasciati dai nostri predecessori, facendo tutto un fascio di
buona e cattiva sorte, il lascito assegnato a tutti, che
tante cose riserva a chi ne avrà i meriti, o forse a chi
avrà fortuna. Già. Si va avanti. E anche il tempo va, fino a
quando innanzi a noi si profila una linea d’ombra, ad
avvertirci che bisogna dare addio anche al paese della
gioventù.
(Joseph Conrad, La linea d’ombra)
ZINGARI IN VIAGGIO
La profetica tribù dalle pupille
ardenti
ieri s’è messa in cammino, portando
i piccini
sul dorso, o abbandonando ai loro
fieri appetiti
il tesoro sempre pronto delle
mammelle pendenti.
Gli
uomini vanno a piedi sotto le armi lucenti,
lungo i
carri ove la loro gente è rannicchiata,
lasciando spaziare sul cielo occhi appesantiti
dal
mesto rimpianto delle chimere assenti.
Dal fondo del suo rifugio sabbioso,
il grillo,
guardandoli passare, raddoppia il
suo canto;
Cibele, che li ama, moltiplica le
sue verzure,
fa
zampillare la roccia e fiorire il deserto,
dinanzi
a quei viaggiatori ai quali è aperto
l’impero
familiare delle tenebre future.
(Charles Baudelaire)
L’INVITO AL VIAGGIO
Bimba mia, mia sorella,
pensa alla dolcezza
d’andare a vivere insieme laggiù!
Amare a bell’agio,
amare e morire
nel paese che ti somiglia!
I soli umidi di quei cieli torbidi
hanno per il mio spirito gli incanti
sì misteriosi dei tuoi occhi infidi
che brillano attraverso le lacrime.
Laggiù tutto è ordine e bellezza,
lusso calma e voluttà.
……
Guarda su quei canali
dormire quei bastimenti
dall’estro vagabondo:
solo per saziare ogni tuo desiderio
vengono dai confini del mondo.
I soli occidui vestono i campi,
i canali, l’intera città,
di giacinto e d’oro;
s’addormenta il mondo
in una calda luminosità.
Tutto laggiù è ordine e bellezza,
lusso, calma e voluttà.
(Charles Baudelaire)
Non so se è sogno, se realtà,
se un impasto di sogno e vita,
quel paese di soavità
che nell’isola estrema del Sud si
oblia.
E’ quel che bramiamo. Lì, lì,
la vita è giovane e sorride l’amore.
Forse
palmeti inesistenti,
cespugli
remoti improbabili,
danno
ombra o requie a chi crede
che quel
paese si può conseguire.
Felici,
noi? Ah, forse, forse,
in quel
paese, quella volta.
Ma già sognato si smaga,
solo pensare di pensarlo ha stancato.
Sotto i palmeti, alla luce della
luna,
s’avverte il freddo del chiaro
lunare.
Ah, in quel paese anche, anche
il male non cessa, non dura il bene.
Non è
con isole di finisterre,
né con
palmeti di sogno o no,
che
l’anima cura il male profondo,
che il
bene nel cuore si insinua.
E’ in noi
che c’è tutto. E’ lì, lì,
che la
vita è giovane e sorride l’amore.
(Fernando Pessoa)
VOLTI
Chi ha steso braccia al largo
battendo le pinne dei piedi
gli occhi assorti nel buio del
respiro,
chi si è immerso nel fondo di pupilla
di una cernia intanata
dimenticando l’aria, chi ha legato
all’albero una tela e ha combinato
la rotta e la deriva, chi ha remato
in piedi a legni lunghi: questi sanno
che le acque hanno volti.
E sopra i volti affiorano
burrasche, bonacce, correnti
e il salto dei pesci che sognano il
volo.
(Erri de Luca)
NAVIGAZIONE
……
Il mare è solitario come un cieco.
Il mare è un antico idioma che io non
riesco a decifrare.
Nel suo fondale l’alba è un timido
muretto imbiancato.
Dai suoi confini si leva il chiarore,
come una fumata.
Impenetrabile come pietra levigata
persiste il mare innanzi alle svelte giornate.
Ogni sera è un approdo.
Flagellato dal mare il nostro sguardo
procede per il suo cielo:
dolce spiaggia remota, celeste
argilla delle sere cittadine.
Che soave intimità quella del
crepuscolo nel corrucciato mare!
Chiare come una sagra brillano le
nubi.
La luna nuova s’è avvinghiata a un
pennone.
La stessa luna che lasciammo sotto un
arco di pietra e la cui luce sfiorerà i salceti.
A coperta, in gran quiete, io
condivido la sera con mia sorella, come un pezzo di pane.
(Jorge Borges)
CANZONE DALLA FINE DEL MONDO
Ho sognato che il vento dell’ovest
Mi prendeva leggero per mano
E mi posava alla fine del mondo
Tra isole e terre lontane
Camminavo al tuo fianco sul molo
Guardavamo le barche passare
Mi cantavi una musica dolce
Più dolce del canto del mare
L’orchestra suonava The Blackbird
Nel bar
sulla strada del porto
I
pescatori gridavano forte
Tra il
vino la birra e le carte
Raccontavi le storie di viaggi
Di strade
e di amici caduti
Di amori
incontrati lontano
E di
amori che il tempo ha perduto
E i giorni correvano
E il tempo nel sogno volava
Stringevo la donna delle isole
E ballavamo leggeri nell’aria
I giorni passavano
E l’oceano li stava a cullare
E il vento alla fine del mondo
Portava un canto del mare
Seduti
tra pietre e brughiera
Guardavamo i gabbiani volare
Raccontavi la storia del bimbo
Che un
giorno scappò con le fate
Ma il
vento dell’ovest chiamava
E il
cielo d’Irlanda svaniva
Mi
svegliai in una stanza deserta
Ubriaco
mentre il sogno svaniva
E i giorni che passano
Sono lunghi e coperti di nero
Mi trascino perduto nei vicoli
A maledire una terra straniera
I giorni sono secoli
Aspettando di poter tornare
Di nuovo alla fine del mondo
Cullato dal canto del mare
(Modena City
Ramblers)
GLI STRANIERI
E guardala la tua vela ha i seni
gonfi
La marea della sera l’ha spogliata
nuda
Le barche come le ragazze fanno le
smorfiose
Ma questo tipo di barca non rimorchia
a Parigi
Hai gli
occhi del mare e il muso di una barca
I
marinai, è curioso, anche a terra sono in acqua
Tua madre
ti ha trapunto sulla faccia da vecchio cane
Due
brillanti che metti quando imbarchi il tuo destino
Non è come in aprile nell’aprile del
sessantotto
Lochu ti ricordi? Del mare ce ne
fottevamo
Eravamo tre compagni con una tragedia
in mano
E poi quel cane perduto pronto a
suicidarsi
Quando il
mare torna a casa con dei forestieri
Uomo o
cane fa lo stesso li guardi navigare
E nelle
vie di Lorient o di Brest per salvarli
C’è
sempre un marinaio che riavvia il suo veliero
E guardala la tua chiglia in mare
ritornata
La marea della sera te l’ha
minigonnata
Le barche come le ragazze bluffano
talvolta
Ma se ti getti in acqua devi saper
nuotare
Hai il
cuore come quelle rocce vestite di spuma
Quando di
notte la tempesta le ha coperte di bava
Tua madre
ti ha attaccato due ancore alle dita
E le
linee della mano si leggono sul fondale
Non è come in aprile nell’aprile del
sessantotto
Lochu ti ricordi? In quelle strade
grossi guai
Eravamo tre compagni perduti in
mille notti
E il giorno che spuntava per
ricominciare
Quando il
mare ritorna a casa con dei forestieri
In
Bretagna c’è sempre una creperie nei quartieri
E un
marinaio che ti rifila una crepe di cemento
Tante ce
ne ha messe di tonnellate di sentimento
E guidala la tua barra come una
musica pop
Fa una vero bordello presso gli
sgombri rock
Il mare va in calore con la bandiera
nera
Sembra il sessantotto che ritorna per
le strade
Mia madre
mi ha cucito un muso di scimpanzé
Se tu hai
un muso di spigola io mi chiamo Pepèe Ferrè
Non è
come in aprile quell’aprile del cazzo
Nel
solito bar aperto sul destino della strada
E non è come domani nell’Anno
Diecimila
Lochu ti ricordi? Era bello in quei
tempi
Il mare in mezzo ai Soli con o senza
la chiglia
Una barca tra i denti e nella voce i
lampi
E quando
rientravamo con l nostre Galassie
C’era un
silenzio che il mondo ci invidiava
E le sere
di illusione con la notte che corre
A Brest o
a Lorient si piange e si va via
Lochu! L’Anno Diecimila…
Ti ricordi? Lochu! L’Anno Diecimila…
L’Anno Diecimila, l’Anno Diecimila…
L’Anno Diecimila, l’Anno
Diecimila……….
(Leo Ferrè)
“Perché vuoi partire per questo
viaggio?”
“Perché l’acqua che non scorre
imputridisce”
“E allora sii come il mare, che non
scorre e non imputridisce”
Ci saranno squarci nello spazio / che
diano su un’altra parte (Pessoa)
Ognuno
prende i limiti del proprio campo visivo per i confini del
mondo (A. Schopenhauer)
Per quanto tu cammini, anche
percorrendo ogni strada, non potrai raggiungere i confini
dell'anima: tanto profondo è il suo logos (Eraclito)
Ah! I sentieri sono tutti in me.
Qualunque distanza o direzione, o
termine
mi appartiene, sono io. Il resto è
la parte
di me che chiamo il mondo esteriore.
…
O curva d’orizzonte, chi ti varca,
elude la vista, vuoto d’essere o
stare.
…
O curva d’orizzonte, m’avvicino,
per chi rimane, un giorno sparirò
dalla vista dell’ultimo, sull’ultima
vetta,
ma per me
lo stesso eterno andrò
sulla
curva, finchè il tempo l’aspetta
e dove
sono stato un giorno tornerò.
(Fernando Pessoa)
Viaggiare! Perdere paesi!
Essere altro costantemente,
non avere radici, per l’anima,
da vivere soltanto di vedere!
Neanche a
me appartenere!
Andare
avanti, andare dietro
l’assenza
di avere un fine,
e d’ansia
di conseguirlo!
Viaggiare così è viaggio.
Ma lo faccio e non ho di mio
Più del sogno del passaggio.
Il resto è solo terra e cielo.
(Fernando Pessoa)
CANTO PRIMA DELLE NOZZE (la partenza)
Bella figliola, vesti i panni / che è
giunta l’ora della partenza.
Nella casa di tuo padre se stata
tanto / nella casa dell’amore hai da andare.
Ma come non piangete voi padre e
madre / che ora perdete chi vi serve e vi teme?
Ma come non piangete voi fratelli e
sorelle / che ora perdete chi bene vi vuole?
Ma come non piangete voi porte e
finestre / che ora perdete chi vi apre e chiude?
Ma come non piangete per strada
fiori / che ora perdete chi vi dà acqua e profumo?
Ma come non piangete voi case e scale
/ che ora perdete chi vi scende e vi sale?
Ma come non piangete mattoni di casa
/ che ora perdete chi vi strofinava?
Ma come non piangete vicinanze / che
ora tramonta la luna di questi dintorni?
(canto tradizionale, raccolto e
rielaborato da Giovanna Marini)
RITORNO
Allora tu, i doni fatui degli ospiti
beffardi, l’inganno del viatico, l’assillo della meta (nella
gabbia dell’acqua, nella voliera del vento hai chiuso i tuoi
rimorsi), ed io, voce fioca nell’aria clamorosa, relatore
manco del lungo tuo viaggio, andiamo.
Solca la nave la distesa piana, la
corrente scialba, tarda veleggia verso il porto fermo, le
fantasie del tempo.
La storia è sempre uguale.
S’è placata la tempesta, nella
grotta, sulla giara s’aggruma la falda della spuma. Speri
che il cerchio – stimme, màcule, lèuci ferventi – quieto si
rinchiuda. Ignora il presagio, il dubbio filologico se per
te lontano o dal mare possa giungere.
Il segreto che sta nelle radici, nel
tronco di quell’albero non sai a chi svelarlo, è vuota la
tua casa, il richiamo si perde per le stanze. Avanzi in
corridoi di ombre, ti giri e scorgi le tue orme. Una polvere
cadde sopra gli occhi, un sonno nell’assenza. Il fumo dello
zolfo serva alla tua coscienza. Ora la calma ti aiuti a
ritrovare il nome tuo di un tempo, il punto di partenza.
In my beginning is my end
Ma pure in questa cala urlano sirene,
aggallano carcami, approdano navigli clandestini, l’alba
apre il volo a uccelli di passaggio. A coppie vanno gendarmi
e artificieri, a schiere d’anime disciolte, a volte si
confondono voci volti vie porte d’ingresso e di sortita.
Ricerca nel solaio elenchi, mappe,
riparti dalle tracce sbiadite, angoscia è il deserto, la
pista che la sabbia ha ricoperto. T’assista l’eremita,
l’esule, il recluso, ti guidi la fiamma di lucerna, il suono
della sera, t’assolva la tua pena, il tuo smarrimento.
(Vincenzo Consolo, Lo Spasimo di
Palermo)
Altra terra e altro mare sospiravi.
“Trovare una Città, un supremo
approdo
da contrapporre a questa, dove
incombe
su ogni mia passione una condanna
già prima emessa, e sul mio cuore
pesa
come una tomba…
Mi pare
essere un morto!
Anima mia, tanto disfacimento
come puoi contenere? Dovunque io qui
posi
lo sguardo e aggiri gli occhi, in
rottami
anneriti la frantumata vita
mia, eccola. In questo occupai gli
anni:
a mutarla in deserto, a stroncarla.”
Il Luogo insolito, la Sponda ideale
afferrarli non puoi. Un inseguito
dalla città tu sei. Un deambulare
per trite vie il tuo. Nei ribaditi
Spazi di quel quartiere farti
vecchio,
incanutire tra stanze consuete.
Ogni Altrove non è che questa riva,
questa città. Inutilmente speri
un altro porto per la tua nave,
un altro sbocco per la tua strada.
Come l’hai ridotta a rovina in una
minima
striscia di mondo, non c’è immensità
che non rifletta della tua vita
lo strazio che ne hai fatto,
irreparabile.
(Costantino Kavafis)
Sarà d’estate, per le azzurre sere,
tra le spighe che pungono, i sottili
fili calpesterò dell’erba sui
sentieri:
i piedi ne sentiranno la frescura
e la testa lascerò nuda
inumidirla il vento, mentre sogna
Non dirò
nulla, non penserò a nulla.
Ma
dall’amore infinito presa
l’anima
mia non avrà più confini.
Lontano
andrò, ben lontano,
pellegrino della grande natura.
Sarò
felice, come se fossi
con una
donna
(Arturo Rimbaud)
PRIMO CONGEDO ( in memoriam)
NOTA DI GEOGRAFIA
Le coste del Mediterraneo si dividono
in due,
di partenza e di arrivo, però senza
pareggio:
più spiagge e più notti d’imbarco, di
quelle di sbarco,
toccano Italia meno vite, di quante
salirono a bordo.
A sparigliare il conto la sventura, e
noi parte di essa.
Eppure Italia è una parola aperta,
piena d’aria.
(Erri de Luca, Solo andata)
SECONDO CONGEDO (bollettino per
viaggiatori viaggianti)
Viandante, il sentiero non è altro
che le orme dei tuoi passi.
Viandante, non c’è sentiero,
il sentiero si apre
camminando.
(Antonio Machado)
“il pane rubato” semplicemente non ha
altri scopi che quelli di essere scritto ed essere letto
non ha proprietari, né proprietà
(anzi: si ostina a considerare la proprietà un furto), né
regole
se vuoi contribuire a costruirlo
manda idee a materiale a
raseal@libero.it
naturalmente ti saremo grati se lo
farai “viaggiare”
vale, salud y suerte
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