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il pane rubato

foglio volante di poesia, altro e oltre

numero sette – edizione clandestina

 

Quattro novembre (e dintorni)

Non s’è mai capito bene che ricorrenza sia, secondo le necessità ricorda la vittoria, o non meglio precisate  “vittime”  della guerra (ma se qualcuno è stato ucciso è perché qualcuno lo ha ucciso, e allora perché non si dice mai chi è stato, e perché?). Addirittura negli ultimi tempi è diventato, il quattro novembre, quasi  una sorta di festa della pace.

Una volta era più facile: c’erano guerre giuste e guerre ingiuste. Uno sapeva da che parte stare, anche senza sapere bene il perché. Le guerre di popolo per scacciare gli invasori, o per liberarsi dal giogo del colonialismo erano guerre giuste. Le guerre “imperialiste”, fatte per soggiogare popoli, appropriarsi dei loro beni erano guerre ingiuste. Ai tempi del Vietnam (qualcuno lo ricorda? è finita solo trent’anni fa!) la maggior parte del mondo sapeva da che parte stare (e per questo i vietnamiti vinsero). Poi tutto si confuse. Non solo il fronte non era più tanto definito, ma anche il confine tra guerra giusta e ingiusta si è fatto sempre più labile. Negli ultimi anni del passato millennio poi inventammo la guerra umanitaria. E nei primi anni del nuovo millennio,  per non essere da meno, abbiamo inventato la guerra preventiva. Omnicomprensiva, come tutte le azioni di prevenzione che si rispettino, soprattutto quando non è chiaro che cosa si voglia prevenire, e perché.

La questione è controversa, vero? Non è così semplice, vero?

E’ la classica situazione in cui ognuno deve richiamarsi alla sua coscienza, e dove sia possibile ad una coscienza condivisa, semmai possa esistere.

Not in my name! Abbiamo scritto e gridato: Non nel mio nome.

Ma basta? No di certo. Anzi, forse era Pasolini (il solito Pasolini) a dire: non essere colpevoli non è bastante per potersi dire innocenti.

Ecco: allora niente commemorazioni, ricordi, commozioni generali e tricolori al vento. Semmai richiamarsi, ma davvero,  alla propria coscienza. Capire, conoscere le cause vere che stanno dietro i conflitti, quelle meno apparenti soprattutto (e che quasi sempre hanno a che fare con l’economia spicciola, col  controllo e lo sfruttamento  delle risorse naturali, con l’espansione dei mercati).

E poi? Poi agire di conseguenza, anche duramente ove sia necessario.

La guerra alla guerra sarebbe sicuramente una guerra giusta, sottrarvisi sarebbe colpevole diserzione. O no?

 

                                                                                           La Red/azione

 

 

LA GUERRA CHE VERRA’

non è la prima. Prima

ci sono state altre guerre.

Alla fine dell’ultima

c’erano vincitori e vinti.

Fra i vinti la povera gente

faceva la fame. Fra i vincitori

faceva la fame la povera gente egualmente.

(Bertolt Brecht)

 

La polvere, il sangue, le mosche, l’odore

per strada e nei campi la gente che muore

e tu, tu la chiami guerra e non sai che cos’è

e tu, tu la chiami guerra e non ti spieghi perché

(Fabrizio de Andre’)

 

 

 

GORIZIA

La mattina del cinque di agosto

si muovevano le truppe italiane

per Gorizia, le terre lontane

e dolente ognun si partì.

Sotto l’acqua che cadeva a rovesci

grandinavano le palle nemiche

su quei monti, colline e gran valli

si moriva dicendo così:

O Gorizia tu sei maledetta

da ogni cuore che sente coscienza

dolorosa mi fu la partenza

e il ritorno per molti non fu

O vigliacchi che voi ve ne state

con le mogli sui letti di lana

schernitori di noi razza umana

questa guerra ci insegna a punir.

Voi chiamate il “campo d’onore”

questa terra al di là dei confini

qui si muore gridando assassini

maledetti sarete un dì

O cara moglie che tu non mi senti

raccomando ai compagni  vicini

         di tenermi da conto i bambini

che io muoio col tuo nome nel cuor

O Gorizia tu sei maledetta

da ogni cuore che sente coscienza

dolorosa mi fu la partenza

e il ritorno per molti non fu.

(Canto anonimo della Prima guerra mondiale)

 

QUALI CAMPANE A MORTO

Quali campane a morto suoneranno

Per loro? Come bestie muoiono…

L’immane furia delle artiglierie

E dei fucili il balbutio e il sonito

Fulmineo gli salmodiano

Una meccanica incalzata prece.

Giaculatorie, rintocchi di campana,

Basta: siate più seri.

Ecco la voce della prefica: un coro secco

Di granate che fischiano, uno stridulo coro

Dal fondo della demenza. E a radunarli

Trombe, laggiù, da funeree contee.

Gli è porto da quali ceri il nostro addio?

I ragazzi non stringono la fiamma

Sacra ai commiati: è una luce negli occhi.

Pallore di virginali fronti

E’ il loro drappo funebre,

La tenerezza di chi soffre e ricorda

Li infiorerà. Un lento sia

Chiudersi di tendine l’annottare.

(Wilfred Owen, nella traduzione di Guido Ceronetti)

 

DI TANTA E COSI’ SPESSA OSCURITA’

Di tanta e così spessa oscurità

Da farvi credere che più non vedreste

Stendendolo appena oltre la spalla il vostro braccio,

Non sapevo che un’unica ma più che certa cosa:

Che conteneva volontà omicide

Innumerevoli, smisurate.

Il vettovagliamento, un incubo di più,

Un mostro piccolo che si agita nell’immane,

La guerra. Davanti a noi, di fianco, dietro,

Dappertutto: dei bruti. Con la pendente

Condanna a morte, una voglia sola,

Enorme – poter dormire – ci dominava.

Anche nel trangugiare, il tempo

Lo sforzo ci tormentava.

Un Tratto di rigagnolo, un pezzo di muro

Ci pareva, talvolta, di distinguerli.

Gli odori ci aiutavano a ritrovare

La fattoria, per i villaggi abbandonati

Nella notte di guerra ritornavamo cani.

Ed è l’odore della merda la guida migliore.

Nella notte del villaggio in guerra

L’aiutante maggiore custodiva il suo branco,

I destinati animali umani

Al mattatoio immenso, spalancato.

(Ferdinand Celine, nella traduzione di Guido Cernetti)  

 

FUOCO E MITRAGLIATRICI

Non ne parliamo di questa guerra che sarà lunga un’eternità; per conquistare un palmo di terra quanti fratelli son morti di già!

Fuoco e mitragliatrici, si sente il cannone che spara; per conquistar la trincea: Savoia! - si va.

Trincea di Raggi, maledizioni, quanti fratelli son morti lassù! Finirà dunque ‘sta flagellazione? di questa guerra non se ne parli più.

O monte San Michele, bagnato di sangue italiano! Tentato più volte, ma invano Gorizia pigliar.

Da monte Nero a monte Cappuccio fino all’altura di Doberdò, un reggimento più volte distrutto: alfine indietro nessuno tornò. 

Fuoco e mitragliatrici, si sente il cannone che spara; per conquistar la trincea: Savoia! Si va.

(Canto anonimo della Prima guerra mondiale)

NINNA NANNA DELLA GUERRA

Ninna nanna, nanna ninna,/ er pupetto vò la zinna,/ dormi dormi cocco bello,/ se no chiamo Farfarello,/ Farfarello e Gujermone/ che se mette a pecorone,

Gujermone e Cecco Peppe/ che s'aregge co' le zeppe:

co' le zeppe de un impero/ mezzo giallo e mezzo nero;/ ninna nanna pija sonno,/ che se dormi nun vedrai/ tante infamie e tanti guai/ che succedeno ner monno.

Fra le spade e li fucili/ de li popoli civili.

Ninna nanna, tu non senti/ li sospiri e li lamenti/ de la gente che se scanna/ per un matto che comanna,/ che comanna e che s'ammazza/ a vantaggio de la razza.

O a vantaggio de una fede, per un Dio che nun se vede,

ma che serve da riparo/ ar sovrano macellaro;/ che quer covo d'assassini/ che c'insanguina la tera/ sa benone che la guera/ è un gran giro de quatrini

che prepara le risorse/ pe li ladri de le borse.

Fa la ninna, cocco bello,/ finché dura 'sto macello,/ fa la ninna che domani/ rivedremo li sovrani/ che se scambieno la stima,/ boni amici come prima;

so' cuggini e fra parenti/ nun se fanno complimenti!

Torneranno più cordiali/ li rapporti personali/ e, riuniti infra de loro,/ senza l'ombra de un rimorso,/ ce faranno un ber discorso/ su la pace e sur lavoro/ pe' quer popolo cojone/ risparmiato dar cannone. 

(Trilussa, 1914)

PARTIRE, PARTIRO’

Partire partirò, partir bisogna/ dove comanderà nostro sovrano;/ chi prenderà la strada di Bologna/ e chi anderà a Parigi e chi a Milano.
Se tal partenza, o cara, ti sembra amara, non lacrimare;/ vado alla guerra e spero di tornare.
Quando saremo giunti all'Abetone/ riposeremo la nostra bandiera/ e quando si udirà forte il cannone,/ addio Gigina cara, bona sera!
Ah che partenza amara, Gigina cara, mi convien fare!/ sono coscritto e mi convien marciare.
Di Francia e di Germania son venuti/ a prenderci per forza a militare,/ però allorquando ci sarem battuti/ tutti, mia cara, speran di tornare.
Ah che partenza amara, Gigina cara, Gigina bella!/ di me non udrai forse più novella.

(A.F. Menchi, 1799)

 

POCA VOGLIA DI FARE IL SOLDATO

Garbato amore mio

Ti voglio anch’io ma me ne devo andare

Che poca voglia di fare il soldato

Io sono nato per stare qui

Se in questa terra morissi anch’io

Amore mio non ti disperar

Che in ogni posto lontano dal cuore

C’è sempre un fiore che la guardia ci fa

Garbato amore mio

Ti dico addio che me ne devo andare

Che poca voglia di fare il soldato

Io sono nato per stare con te

(Ivano Fossati)

 

LA BALLATA DELL’EROE

Era partito per fare la guerra

Per dare il suo aiuto alla sua terra

Gli avevano dato le mostrine e le stelle

E il consiglio di vendere cara la pelle

Ma quando gli dissero di andare avanti

Troppo lontano si spinse a cercare la verità

Ora che è morto la patria si gloria

Di un altro eroe alla memoria

Ma lei che lo amava

E aspettava il ritorno di un soldato vivo

Di un eroe morto che ne farà?

Adesso nel letto le è rimasta la gloria

Di una medaglia alla memoria

(Fabrizio de Andrè)

 

AI MORTI DELLE TERMOPILI

Ai morti delle Termopili

Diede gloria la Sorte

Dà bellezza la morte.

Un altare s’innalza

Dove giacciono in sepoltura.

Tace il lamento, nel ricordo vivono.

Non ne parla il compianto, ma la lode.

Un lenzuolo li avvolge imputrescibile,

Del tempo la smisurata

Forza non può oscurarli.

L’onore dell’Ellade  ha eletto

Questo sepolcro di uomini prodi

Per abitarci. Leonida

Re di Sparta lo attesta

Col profumo che ci ha lasciato

Di virtù senza uguale

Di decenza immortale.

(Simonie, nella traduzione di Guido Ceronetti)

 

 

 

AL MILITE IGNOTO

Io lo so chi ti spinse a partire / e non fu desiderio di gloria

Io lo so non volevi morire / né lasciare un ricordo alla storia

Io lo so chi ti venne a cercare / fin sui campi, fin dentro il cortile

Io lo so non ci fu da parlare / con chi aveva in mano un fucile

Io lo so chi ti guardò partire / sorseggiando un bicchiere di vino

Fu lo stesso che poi venne a dire / che eri felice, come un bambino

Ma io lo so che non era affar tuo/ che non era la tua quella guerra

E del resto cos’è che era tuo? / certo neanche quel pezzo di terra

Hanno scelto la terra più rossa / quella che era costata più cara

Quella in cui a migliaia cadeste / che vi accolse e vi fece da bara

Hanno scelta la terra più triste / quella che era costata più vite

Ed un corpo in cui solo le ossa / circondassero ormai le ferite

Lo hanno offerto ad una patria impazzita / che sfogasse così il suo dolore

E han pagato i tuoi anni di vita / con un grande anonimo onore

Così oggi sei il Milite Ignoto / morto in guerra e nessuno sa come

Dopo averci lasciato la pelle / ci hai lasciato per sempre anche il nome

Ma non sarai certo ignoto ai compagni / che con te avran lavorato

Non sarai certo ignoto alla donna / che ti avrà ogni notte aspettato

Non sarai certo ignoto agli amici / che ti avran dedicato le sere

E il ricordo dei tempi felici / in cui potevano offrirti da bere

Come sei invece ignoto a quelli / per cui tutto ciò è stato un affare

Che cantando “Siam tutti fratelli” / ti ricordano davanti ad un altare

Come sei certo ignoto alle mani / di quel vivo illustre e dabbene

Che verrà a sputare domani / altri fiori sulle tue catene

(Claudio Lolli)

 

 

 

 

ERO POVERO MA DISERTORE

 

Ero povero ma disertore

e disertai dalle mie frontiere

da Ferdinando l'imperatore

che mi ha perseguitò.

Valli e monti ho scavalcato

e dai gendarmi ero inseguito,

quando una sera mi addormentai

e mi svegliai incatenà.

Incatenato le mani e i piedi

e in tribunale mi hanno portato

ed il pretore mi ha domandato:

" Perché mai sei incatenà? ".

Io gli risposi francamente:

" Camminavo per la foresta

quando un pensiero mi viene in testa:

di non fare mai più il soldà ".

Caro padre, che sei già morto, e tu, madre, che vivi ancora, se vuoi vedere tuo figlio alla tortura, condannato senza ragion.

O compagni che marciate,  al suon della tromba, quando sarete su la mia tomba griderete: pietà di me!

(Canto popolare anonimo, composto nel 1840 circa)

 

IL DISERTORE

In piena facoltà, egregio presidente,

le scrivo la presente, che spero leggerà.

La cartolina qui mi dice, terra terra,

di andare a far la guerra quest’altro lunedì.

Ma io non sono qui, egregio presidente,

ad ammazzare gente più o meno come me.

Io non ce l‘ho con lei, sia detto per inciso,

ma sento che ho deciso e che diserterò.

Ho avuto solo guai da quando sono nato,

i figli che ho allevato han pianto insieme a me.

Mia mamma e il mio papà ormai son sotto terra,

a loro della guerra non gliene fregherà.

Quand’ero in prigionia qualcuno mi ha rubato

mia moglie, il mio passato, la mia migliore età.

Domani mi alzerò e chiuderò la porta

sulla stagione morta e mi incamminerò.

Vivrò di carità sulle strade di Spagna

di Francia e di Bretagna e a tutti griderò

di non partire più e di non ubbidire

per andare a morire per non importa chi.

Per cui se servirà del sangue ad ogni costo

andate a dare il vostro se vi divertirà.

E dica pure ai suoi, se vengono a cercarmi,

che possono spararmi: io armi non ne ho.

(Boris Vian)

 

 

CON DIO DALLA NOSTRA PARTE

Il mio nome non conta e la mia età nemmeno

Il paese da cui vengo è chiamato il Midwest

Là sono cresciuto e ho imparato a obbedire alle leggi

E che il paese in cui vivo ha dio dalla sua parte

I libri di storia lo dicono e lo dicono così bene

La cavalleria caricava e gli indiani cadevano

La cavalleria caricava e gli indiani morivano

Perché il paese era giovane con dio dalla sua parte

La guerra ispano americana ha fatto il suo tempo

E anche la guerra civile fu presto messa da parte

E i nomi degli eroi li ho imparati a memoria

Con i fucili in mano e dio dalla loro parte

I ragazzi della prima guerra mondiale venuta e andata

I motivi per combattere non li ho mai capiti

Ma ho imparato ad accettarla e accettarla con fierezza

Perché non si stanno a contare i morti se hai dio dalla tua parte

La seconda guerra mondiale finalmente finì

Abbiamo perdonato i tedeschi e poi siamo diventati amici

Anche se hanno assassinato sei milioni e nei forni li hanno bruciati

Anche i tedeschi adesso hanno dio dalla loro parte

Ho imparato a odiare i russi per tutta la mia vita

Se un’altra guerra viene è loro che dobbiamo combattere

Odiarli e temerli e correre a  nasconderci

E accettare tutto coraggiosamente con dio dalla mia parte

Ma ora abbiamo armi di polvere chimica

Se siamo costretti ad usarle allora usarle dovremo

Qualcuno premerà il bottone e il mondo intero salterà

Ma non bisogna mai fare domande quando si ha dio dalla propria parte

Per molte tristi ore ho pensato a questo

Che Gesù Cristo fu tradito da un bacio

Ma io non posso pensare per voi e voi soli dovete giudicare

Se Giuda Iscariota aveva dio dalla sua parte

Adesso me ne devo andare sono stanco e sfinito

La confusione che provo non c’è lingua che la possa dire

Le parole mi riempiono la testa e cadono sul pavimento

Se dio è dalla nostra parte impedirà la prossima guerra

(Bob Dylan, With god on our side, dall’album: The times they are a-changin’”

 

 

LUGLIO, AGOSTO, SETTEMBRE (NERO)

Giocare col mondo / facendolo a pezzi / bambini che il sole / ha ridotto già vecchi

Non è colpa mia / se la tua realtà / mi costringe a fare / guerra all’omertà

Forse un dì sapremo / quello che vuol dire / affogare nel sangue / con l’umanità

Gente scolorata / quasi tutta uguale / la mia rabbia legge / sopra i quotidiani

Legge nella storia / tutto il mio dolore / canta la mia gente / che non vuol morire

Quando guardi il mondo / senza aver problemi / cerca nelle cose l’essenzialità

Non è colpa mia / se la tua realtà / mi costringe a fare / guerra all’umanità

(Area, dal CD “Arbeit acht frei)

(la resistenza palestinese, ricordate?)

 

DANNI COLLATERALI

Quanti sono i bambini che urlano / dilaniati dalle mine nascoste nell’erba

Da misteriosi strumenti del male / ignoti strumenti di forze del male

Quanti sono i mercanti che intascano / il denaro assassino macchiato di sangue

Mercanti di finti giocattoli / per bambini che corrono incontro alla vita

Si tace o si parla di danni collaterali

I telegiornali non parlano degli innocenti

Li chiamano solo perdenti

Non fanno vedere la strage

(Ricki Gianco, Fernanda Pivano)

 

CON L’AIUTO DI HOLDERLIN

Il mese di maggio del novantanove

i belgradesi facevano gli astronomi

e scrutavano i cieli.

Il suolo esplodeva, tremavano le pietre

più dei vecchi, dei cani e dei bambini.

Le bombe alla grafite avevano staccato l’elettricità,

al buio aumentava la fraternità.

“Dove esiste pericolo, cresce

pure quello che salva”

Il poeta non era a Belgrado quel mese di maggio,

era morto da un secolo e mezzo,

le sue pagine sì, stavano in tasca mia

da contraerea, da salvacondotto.

In guerra le parole dei poeti proteggono la vita

insieme alle preghiere di una madre.

In una guerra gli orfani e quelli senza un libro

stanno allo scoperto.

(Erri de Luca, Solo andata)

SEGUITO

Alla finestra senza vetri dell’hotel Moskva

picchiavano gli aerei della Nato e facevano rima

con due versi di Mandel’stam poeta di una lingua

che leggo ma non so ridire:

“Questa notte irreparabile

eta       noc’   nepopravima

e da voi ancora chiaro

a u   vas  ieshò  svietlò

Senza il suo ritornello alla finestra

della città più buia della mia vita

sarei crepato di tristezza astemia

a fare col mio corpo un no, senza gli occhiali

fragili per gli spostamenti d’aria,

notti di maggio e nessun desideri odi riparo

all’urto che scassava la città di un milione di persone

più uno irrigidito di vedetta a salutare

l’aviazione partita dall’Italia a mezz’ora dal bersaglio

alla colomba muta dei lontani.

(Erri de Luca, Solo andata)

 

TUZLA

(…)

Nel cuore della notte il falegname Brecko raccontava dell’inverno passato e di quello che lo aveva preceduto. Non parlava della guerra, parlava dell’inverno e del freddo dentro l’inverno. Raccontava di come aveva scaldato la sua famiglia per i due inverni dell’assedio con i mobili di noce massiccio ereditati dal padre. I mobili che il padre aveva ereditato dagli avi.

Il falegname aveva preferito così, piuttosto che contendersi coi vicini gli alberi del viale. Erano fuochi votivi quelli che aveva acceso in quei due anni: fuochi sacri. Aveva un figlio di diciannove anni che avrebbe fatto altri mobili dopo di lui.

Quel figlio così giovane e già falegname si chiamava Miki, e quella notte era fuori casa. Era in una cantina della Tabasnice con certi suoi amici musicisti a provare per il concerto della festa.

Con le sue mani d’oro, che erano le mani del padre e del nonno e del bisnonno, Miki suonava il sassofono. Il falegname raccontava le mani del figlio disegnando anche quelle nell’aria, guardando le sue mentre componevano quelle del figlio. E raccontava di come dopo le feste di Natale, in quel secondo inverno, avesse, lui, non la moglie, cucinato il cagnolino di casa. Sgozzato e cucinato con quelle sue mani. Dopo che per un mese non si erano fatti vedere i puffi (l’Onu) con carne pressata o formaggio in scatola, o qualsiasi altra cosa. Forse respinti sui passi, forse persi nella neve, forse a stabilire accordi altrove.

Ma non parlava della guerra; parlava dell’inverno e della fame dentro l’inverno.

Lui, Miki, la moglie, tutti nella casa avevano voluto bene al cagnolino Blik; Blik era mite e giocherellone. Avevano mangiato due giorni con la carne di Blik e un po’ di patate gelate che erano rimaste nell’aiuola sotto casa.

Per tutti e due gli ultimi inverni nessuno aveva rubato niente a nessuno. In nessun quartiere di Tuzla qualcuno aveva rubato a qualcun altro.

(…) C’era una grande festa in città, la Festa della Gioventù di Tuzla. La città faceva festa ai suoi ragazzi. Dopo due anni di assedio, dopo che Miki si era mangiato il cagnolino Blik, Miki aveva ancora abbastanza fiato per suonare il sassofono e Tuzla per fare festa per i suoi ragazzi. Suonare e ballare e bere birra e baciare le ragazze nel giorno della Festa della Gioventù. C’era la gioventù di Tuzla per le strade alle dieci del mattino. Nuotava nel sole di primavera, ancora viva dopo l’inverno, affamata di qualcosa di meglio della carne pressata e del formaggio in scatola. Era una gioventù smagliante.

(…) Si sentiva la musica che suonava nella piazza. Veniva a ondate. Onde di rock bosniaco. Risacca di amplificatori da due soldi. Forse ance il sax  di Miki, alto…

Poi sono caduto. Ho perso l’equilibrio perché mi si sono tappate le orecchie all’improvviso. Mentre cadevo il pavé della strada ondeggiava sotto i miei occhi. Vedevo che ogni blocchetto di pietra ondeggiava per conto suo. Ho sbattuto la spalla e ho sentito male. Non tanto, appena un po’. Mi facevano più male le orecchie, perché si era ficcato dentro un suono basso e duro che voleva sradicarmi i timpani…Nel silenzio pioveva una polvere grigia, fina. Non c’era più la musica, sentivo solo onde indistinte di rumore ….E dalla piazza, assieme alla gente, rotolava giù un muro di suono.  Migliaia di gole che si squarciavano, un’onda di pietra che mi si schiacciava contro il cuore. E mi incurvavo per sostenere il peso di quelle grida e continuare a camminare, calpestavo schegge di intonaco e plastica, inciampavo in stracci di camicie e di bandiere. C’era odore di plastica bruciata, di polvere, un sentore acido di elettricità, come se li intorno fosse caduto un fulmine.

(…) La domenica della Festa della Gioventù, la mattina intorno a mezzogiorno di quella domenica, dal Monte Ozren si è messa in viaggio una granata che dopo un paio di minuti è arrivata in piazza Kapija. In quel momento in piazza c’erano più di mille persone, ragazzi per lo più, che stavano ascoltando il primo complesso musicale in programma. La granata era del tipo K400, caricata con quindici chilogrammi di esplosivo ad alto potenziale. Un’arma rara e preziosa, contingentata molto severamente; un oggetto di culto per un esercito che ha potuto procurarsene solo poche decine. Per questo è stata sparata molto appropriatamente da un cannone a lunga gittata guidato da un sistema telemetrico di estrema precisione. Infallibile. Come nei calcoli del puntatore la potente granata è esplosa a pochi metri dal palco dove stava suonando il suo sassofono Miki, il figlio del falegname Brecko, assieme ai cinque componendi del complesso The Bosnia Dreamers, esplodendo a contatto con il duro selciato della piazza la granata ha aperto un cratere profondo più di cinque metri e largo almeno venti. In quel cratere, attorno a quel cratere sono morte settanta persone  e rimaste ferite più di duecento. In gran parte ragazzi che stavano festeggiando, naturalmente. Il più giovane aveva tre anni. Si chiamava Korzo ed era lì con la sorella maggiore; la teneva per mano. Il più vecchio si chiamava Aziz e aveva sessant’anni suonati; era l’operaio del comune addetto al generatore di corrente che faceva andare i microfoni e le chitarre sul palco.

Il monte Ozren  ancora oggi è lì, a quindicimila metri da piazza Kapija; non si vede dalla città, né la città è vista da lì; questo non è un problema per l’artiglieria moderna.

(Maurizio Maggiani, Il viaggiatore notturno)

 

CUPE VAMPE

Di colpo si fa notte
s'incunea crudo il freddo
la città trema, livida trema
brucia la biblioteca i libri scritti e ricopiati a mano
che gli Ebrei Sefarditi portano a Sarajevo in fuga dalla Spagna
s'alzano i roghi al cielo
s'alzano i roghi in cupe vampe
brucia la biblioteca degli Slavi del sud, europei del Balcani
bruciano i libri
possibili percorsi, le mappe, le memorie, l'aiuto degli altri
s'alzano gli occhi al cielo, s'alzano i roghi in cupe vampe
s'alzano i roghi al cielo, s'alzano i roghi in cupe vampe
di colpo si fa notte
s'incunea crudo il freddo
la città trema come creatura.

Cupe vampe livide stanze
occhio cecchino etnico assassino
alto il sole: sete e sudore
piena la luna: nessuna fortuna
ci fotte la guerra che armi non ha
ci fotte la pace che ammazza qua e là
ci fottono i preti i pope i mullah
l'ONU, la NATO, la civiltà
bella la vita dentro un catino
bersaglio mobile d'ogni cecchino
bella la vita a Sarajevo città
questa è la favola della viltà.

(CSI Consorzio suonatori indipendenti, dall’album “Linea Gotica”)

 

La guerra dei Balcani: la ricordate? Sarajevo e tutti quegli altri posti dai nomi strani? O ricordiamo solo “le grandi mangiate di pesce con due lire” che ora non si possono più fare? La prima “guerra umanitaria”, la ricordate? Ma era poi finita? E come era finita?

 

 

Pieno meriggio. Chi ha udito

Il coltello sfregato sulla mola?

L’uomo a cavallo arrivato con l’esca

E la torcia incendiaria, chi era?

Lavarsi di ciascuno, per refrigerio,

le mani

Ma la donna chi la sventrata?

E il bambino, e la casa, chi?

Tra scalpito di zoccoli, l’uomo

Chi era, che fuggì via?

Fumo. L’omicida? Mai stato.

Occhi che vedano non ce n’è più:

Aboliti. Nessuno

Sarà più testimone di qualcosa.

(Seferis, nella traduzione di Guido Ceronetti)

 

 

PRIMO CONGEDO

 L’AVVOLTOIO

Un giorno nel mondo finita fu l’ultima guerra,/ il cupo cannone si tacque e più non sparò/ e, privo del triste suo cibo, dall’arida terra/ un branco di neri avvoltoi si levò.

Dove vola l’avvoltoio?/ Avvoltoio vola via,/ vola via dalla terra mia/ che è la terra dell’amor.

L’avvoltoio andò dal fiume/ ed il fiume disse: “No,/ avvoltoio, vola via, avvoltoio, vola via:/ nella limpida corrente/ ora scendon carpe e trote,/ non più i corpi dei soldati/ che la fanno insaguinar”.

Dove vola l’avvoltoio?/…

L’avvoltoio andò dal bosco/ ed il bosco disse: “No,/ avvoltoio, vola via:/ tra le foglie, in mezzo ai rami/ passan sol raggi di sole,/ gli scoiattoli e le rane;/ non più i colpi del fucil”.

Dove vola l’avvoltoio?/…

L’avvoltoio andò dall’eco,/ anche l’eco, disse “No,/ avvoltoio, vola via, avvoltoio, vola via:/ sono i canti che io porto,/ sono i tonfi delle zappe,/ girotondi e ninne-nanne,/ non più il rombo del cannon”.

Dove vola l’avvoltoio?/…

L’avvoltoio andò ai tedeschi/ e i tedeschi disser: “No,/ avvoltoio, vola via, avvoltoio, vola via:/ non vogliam mangiar più fango,/ odio e piombo nelle guerre,/ pane e case in terra altrui/ non vogliam più rubar”.

Dove vola l’avvoltoio?/…

L’avvoltoio andò alla madre/ e la madre disse: “No,/ avvoltoio, vola via, avvoltoio, vola via:/ i miei figli li do solo a una bella fidanzata/ che li porti nel suo letto,/ non li mando a ammazzar”.

Dove vola l’avvoltoio?/…

L’avvoltoio andò all’uranio/ e l’uranio disse: “No,/ avvoltoio, vola via, avvoltoio, vola via:/ la mia forza nucleare/ farà andare sulla luna,/ non deflagrerà infuocata/ distruggendo le città”.

Dove vola l’avvoltoio?/…

Ma chi delle guerre quel giorno aveva il rimpianto/ in un luogo deserto a complotto si radunò/ e vide nel cielo, arrivare girando quel branco/ e scendere scendere, finché qualcuno gridò:

Dove vola l’avvoltoio?/ Avvoltoio vola via,/ vola via dalla testa mia…/ ma il rapace li sbranò.

(Italo Calvino, Cantacronache)

 

 

SECONDO CONGEDO

 

Vuota non è la mia casa

(…)

farà ritorno da pianto

dove l’hanno esiliata

col suo tavolo vuoto

col suo letto straziato

i baci sui guanciali

riavranno fioritura

il lenzuolo coi suoi convolvoli

sterminati notturni profumati

ai nostri corpi s’intortiglierà

di là della finestra

l’odio si va smorzando

ci sarà sulle sgrinfie

tenerezza

(Miguel Hernandez)

 

 

vale, salud y suerte

 

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